mercoledì 11 luglio 2018
lunedì 9 luglio 2018
domenica 12 marzo 2017
Ecco perché dovete vedere Logan
Ieri sera ho visto Logan, l’ultimo capitolo della saga degli X-Men con il quale Jackman avrebbe dato il suo definitivo addio al personaggio di Wolverine. Non l’ho trovato assolutamente un bel film, in realtà è un capolavoro.
E non solo per Logan, anche Xavier in versione “vecchio rincoglionito”
riesce a dare il meglio di sé. Sia nei dialoghi, in cui il sarcasmo assume
livelli decisamente piu’ alti di quella ridanciana e sempliciotta comicità a
cui il cinema Marvel ci ha abituato, sia nel dramma esistenziale messo in atto
dal personaggio. In cui vengono fuori aspetti prima ignoti delle azioni del
professor X, gli istinti anche egoistici che hanno guidato una vita
apparentemente simile a quella di un santo. Meno scenografici, ma di grande
impatto, anche i combattimenti, principalmente quelli che vedono come
protagonisti Wolverine insieme alla piccola X23. Le loro combo sono
straordinarie, insieme sviluppano un tornado di salti, artigliate e sangue da
far brillare gli occhi a un qualsiasi appassionato di cinema di genere.
ATTENZIONE DA QUI SPOILER
Un senso che alla fine Logan trova nel rapporto con la bambina che scopre essere sua figlia. Dopo tante donne amate che gli sono morte tra le braccia una, sua figlia, per la prima volta gli sopravvive. In punto di morte quindi egli, per la prima volta nella sua lunga vita, è felice.
Una vera chicca è l'apparizione del fumetto degli X-Men, nel film ispirato ad eventi reali, e addirittura di un'action figure di Wolverine. Cose che eravamo abituati a vedere solo nelle storie di Deadpool. Forse qui però assumono un significato diverso. Mi sembra che in questo contesto diano al film la possibilità di dire agli spettatori della Marvel quello che i lettori di fumetti già sanno da tempo. E cioè che la narrativa supereroistica non si limita a mettere in scena gente dotata di strambi poteri che fa a cazzotti. Certo detto questo bisogna comunque ammettere che non stiamo parlando di un film perfetto. Soprattutto per quanto riguarda il ruolo del cattivo, in cui viene riproposto il solito scienziato pazzo che fa esperimenti genetici sui mutanti. Non si può avere tutto, ma si può avere molto e Logan ci dà molto.
Ecco perché dovete vedere Lo chiamavano Jeeg Robot
Prendete la trdizione supereroistica americana, il meglio dei manga
giapponesi (dai Robot di Go Nagai a Durarara), un bel po’ di cinema di
genere italiano (serie tv comprese), mescolate tutto e avrete Lo
chiamavano Jeeg Robot.
Ero entrato al cinema convinto di vedere un bel filmetto divertente, uno Spaghetti Comics tutto da ridere. Ma il nuovo film di Gabriele Mainetti è tutt’altro.
La pellicola descrive una Roma in preda al caos. Nuove organizzazioni
criminali, spinte dalla voglia di uscire dalle periferie, si dimostrano
piu’ spietate e pericolose delle precedenti. Ma la figura di un eroe che
veglia sulla citta’ restituisce a tanta gente la speranza che aveva
perso.
E l’eroe può essere chiunque, anche uno come Enzo. Uno dei tanti ex giovinastri che bighellona per Tor Bella Monaca, senza né arte né parte. Nonostante sia cresciuto in un ambiente in cui ‘’mors tua vita mea’’ era l’unica ideologia dominante, Enzo ad un certo punto capisce che salvare se stessi in realtà vuol dire salvare gli altri, cosi’ come amare se stessi in realtà significa amare gli altri.
L’eroismo, nel film, nasce dall’empatia col prossimo, dalla scoperta dell’innocenza e della tenerezza, dalla condivisione della propria sofferenza e della sofferenza altrui. In poche parole lo spiritito eroico nasce dall’esperienza che i grandi saggi chiamano amore agapico (universale), dall’ ”ama il prossimo tuo come te stesso”.
L’eroe non si ritrova a combattere invasioni aliene o singoli pazzi scatenati, ma il vero male che attanaglia i nostri tempi: la solitudine, l’indifferenza, l’egoismo, il degrado umano che in prima istanza si trovano dentro di lui.
Ero entrato al cinema convinto di vedere un bel filmetto divertente, uno Spaghetti Comics tutto da ridere. Ma il nuovo film di Gabriele Mainetti è tutt’altro.
La pellicola descrive una Roma in preda al caos. Nuove organizzazioni
criminali, spinte dalla voglia di uscire dalle periferie, si dimostrano
piu’ spietate e pericolose delle precedenti. Ma la figura di un eroe che
veglia sulla citta’ restituisce a tanta gente la speranza che aveva
perso.E l’eroe può essere chiunque, anche uno come Enzo. Uno dei tanti ex giovinastri che bighellona per Tor Bella Monaca, senza né arte né parte. Nonostante sia cresciuto in un ambiente in cui ‘’mors tua vita mea’’ era l’unica ideologia dominante, Enzo ad un certo punto capisce che salvare se stessi in realtà vuol dire salvare gli altri, cosi’ come amare se stessi in realtà significa amare gli altri.
L’eroismo, nel film, nasce dall’empatia col prossimo, dalla scoperta dell’innocenza e della tenerezza, dalla condivisione della propria sofferenza e della sofferenza altrui. In poche parole lo spiritito eroico nasce dall’esperienza che i grandi saggi chiamano amore agapico (universale), dall’ ”ama il prossimo tuo come te stesso”.
L’eroe non si ritrova a combattere invasioni aliene o singoli pazzi scatenati, ma il vero male che attanaglia i nostri tempi: la solitudine, l’indifferenza, l’egoismo, il degrado umano che in prima istanza si trovano dentro di lui.
giovedì 19 settembre 2013
Kurosawa e Miike, la via del Giappone in una katana grondante di sangue
Una katana, o magari anche solo una sua
ombra, potrebbe esserci questo al centro di quel vuoto attorno a cui
Roland Barthes vedeva ruotare tutti gli strati che compongono il
Giappone moderno. Strati fatti di simboli e segni che si sono
accumulati negli anni e che, secondo Tiziano Terzani, hanno
disorientato non poco il popolo del sol levante mandandolo in crisi
d'identità. Eppure quando registi e scrittori nipponici si chiedono
cosa voglia dire essere giapponese, spesso è proprio a
quell'immaginario fatto di guerrieri e daimyo che vanno ad attingere
i loro tratti identitari. In maniera nostalgica e nazionalista come
lo scrittore Yukio Mishima, arrivato a compiere il seppuku (suicidio)
tradizionale per protestare contro la ''deriva'' della società
giapponese, o in maniera critica come il regista Akira Kurosawa.
Proprio di recente un remake di una pellicola di Eiichi Kudo del
1963, intitolata Tredici assassini e diretta da Takashi Miike, sembra
dialogare a circa mezzo secolo di distanza con il capolavoro di
Kurosawa ''I sette samurai'', rendendo ancora più complessa quella
figura eroica e paradossale votata al bushido. In ambedue le
pellicole lo stato dei samurai riflette la condizione che il Giappone
si trova a vivere.
Ronin (samurai senza padrone) affamati e
orgogliosi si ritrovano, nel film di Kurosawa, a vagare per il paese
in cerca di una gloria che sembra impossibile solo da intravedere. Ci
troviamo in epoca sengoku (1478 – 1605), nel quale la terra del sol
levante si ritrova devastata da tanti conflitti intestini.
Più ricchi, ma confusi e distratti dai
piaceri mondani, sono invece i guerrieri di Miike, che fa muovere i
suoi personaggi nel
periodo Edo (1605 – 1868). A quel tempo, con una diarchia tenuta in
piedi dallo shogun e l'imperatore, il paese era riuscito a
raggiungere una certa stabilità, anche se flebile e ottenuta tramite
innumerevoli stragi. Nonostante la pace apparente il Giappone del
XVII secolo appare inoltre totalmente chiuso in se stesso, basti
pensare alla carneficina di cristiani perpetrata a Nagasaki (dove era
presente l'unico porto accessibile agli occidentali).
Il filo conduttore tra le due pellicole, oltre che nella crisi esistenziale della casta guerriera, sta nell'iniziativa di un samurai di raggruppare attorno a sé un gruppo di maestri di spada per compiere una missione. Forse l'ultima, quella che gli avrebbe permesso di trovare una morte dignitosa o un nuovo senso alla loro vita. Anche perché, per la prima volta, quello per cui si ritroveranno a combattere non sarà più un feudatario capriccioso ma un alto ideale di giustizia.
Il filo conduttore tra le due pellicole, oltre che nella crisi esistenziale della casta guerriera, sta nell'iniziativa di un samurai di raggruppare attorno a sé un gruppo di maestri di spada per compiere una missione. Forse l'ultima, quella che gli avrebbe permesso di trovare una morte dignitosa o un nuovo senso alla loro vita. Anche perché, per la prima volta, quello per cui si ritroveranno a combattere non sarà più un feudatario capriccioso ma un alto ideale di giustizia.
Privati
di un padrone a cui votarsi, i sette samurai di Kurosawa trovano una
nuova ''via'' mettendosi al servizio di un villaggio di contadini
minacciato da una banda di briganti. Il loro sarà quasi un tentativo
di democratizzazione del paese, costruita lungo le orme della
tradizione (e non inculcata con un olocausto nucleare, come è
accaduto nel 1945). D'altronde una casta guerriera che si sottomette
al popolo, invece che a un sovrano, non può essere vista come una
forma di democrazia?
Shinzaemon
Shimada,
il
protagonista del film di Miike, invece raccoglie tredici guerrieri
per uccidere il folle e sanguinario Naritsugu, fratello minore dello
Shogun e prossimo suo consigliere. Da samurai i membri del gruppo si
trasformeranno quindi in assassini, tentando una redenzione in
extremis di una vita passata a compiere stragi per conto di questo o
quell'altro despota.
Amara
appare la via del guerriero, specialmente quando si vede Naritsugu
prendere a calci la testa mozzata di un samurai che era appena morto
per proteggerlo.
Triste
non poteva che essere anche la conclusione dei due film. Quasi tutti
i guerrieri infatti, pur avendo raggiunto l'obiettivo della missione,
finiscono per perdere la vita, mentre ai sopravvissuti non resta
neanche la soddisfazione di una vittoria netta e di un cambiamento
reale delle loro vite. ''Anche stavolta siamo stati noi i vinti –
dice il protagonista Kambei Shimada, alla fine de I sette samurai - I
vincitori sono i contadini''.
''Shinrokuro, essere un samurai è davvero una gran bella seccatura. Fai ciò che vuoi della tua vita'', dice invece Shinzaemon a suo nipote che si era unito al gruppo per redimersi da una vita sperperata con le prostitute e il gioco d'azzardo. Il giovane poi abbandonerà la via del guerriero per darsi a quella del brigantaggio.
''Shinrokuro, essere un samurai è davvero una gran bella seccatura. Fai ciò che vuoi della tua vita'', dice invece Shinzaemon a suo nipote che si era unito al gruppo per redimersi da una vita sperperata con le prostitute e il gioco d'azzardo. Il giovane poi abbandonerà la via del guerriero per darsi a quella del brigantaggio.
L'amarezza
impressa nei due finali funge anche da preludio a quello che presto
sarebbe accaduto. La fine dei samurai, tramite editto imperiale, la
follia di Pearl Harbor e il bombardamento atomico su Hiroshima e
Nagasaki.
giovedì 29 agosto 2013
Da Charlie a Cartman, passando per Bart
Peanuts
vuol dire personcine o noccioline, ma dal 2 ottobre del 1950 tale
termine viene associato anche alla mitica striscia di fumetti creata
da Charles Monroe Schulz. Evergreen nei numerosi gadgets, che ancora
oggi si continuano a vendere in tutto il mondo, le avventure di
Snoopy e soci si sono fermate però il 13 febbraio del 2000: data di
pubblicazione dell'ultima striscia recante la lettera di addio con
cui Schulz si congedò dai suoi lettori. Nei cinquant'anni precedenti
il disegnatore americano ogni giorno dedicò alcune ore alla
creazione di quelle vignette, che vennero pubblicate su oltre 2.600
giornali in 75 paesi diversi. Non smise neanche quando la sua mano
iniziò a tremolare. D'altronde era proprio la ripetitività la forza
e la chiave di comprensione delle vicende di quella piccola comunità
di bambini, residenti in un'anonima cittadina degli States. Solo
attraverso la ridondanza della stessa azione si poteva comprendere il
carattere eroico, e nello stesso tempo inetto, del piccolo Charlie
Brown che ogni giorno usciva di casa cercando, senza mai riuscirci,
di calciare un pallone o di far volare un aquilone.
Solo attraverso
la lettura quotidiana si poteva intravedere, nello sguardo attonito
con cui il bambino osservava Peperita Patty cimentarsi nelle più
disparate imprese atletiche, il senso profondo di quelle piccole
frustrazioni che tutti noi siamo costretti a subire ogni giorno.
Sullo sfondo c'era la provincia americana, fatta di casette tutte
uguali circondate da asettiche staccionate bianche.
Era
un'immagine degli Usa nuova quella che Schulz portava nel mondo, che
stava ad indicare il passaggio dal mito della frontiera a quello del
rifugio. L'America degli anni 50, nonostante le accuse di
imperialismo, sembrava intenzionata infatti non tanto ad esportare il
proprio stile di vita, quanto a chiudersi a riccio cercando di
difendersi dalla minaccia esterna del comunismo.
Ma
non solo di America parlano i Peanuts. Le speculazioni filosofiche di
Linus, le paranoie di Lucy, l'ingenuità di Sally e le velleità
artistiche di Schroeder, descrivono un po' anche tutti noi. ''Questi bambini
ci toccano da vicino - dice il più illustre traduttore del fumetto,
Umberto Eco - perché in un certo senso sono dei mostri: sono le
mostruose riduzioni infantili di tutte le nevrosi di un moderno
cittadino della civiltà industriale''.
L'interpretazione del
semiologo però viene ribaltata dal professore di letteratura
angloamericana dell'Università di Macerata, Valerio De Angelis.
Secondo il quale ''i Peanuts stanno proprio a rappresentare
l'infantilizzazione in cui la classe media è stata relegata da una
sorta di 'pax consumista'''.
In
qualsiasi modo la si voglia mettere però quello che è sicuro è che
sia per il loro autore che per i lettori la fruizione quotidiana dei
Peanuts ha avuto certamente una valenza terapeutica. I personaggi del
fumetto, come spiega il saggista Luca Raffaelli, ''in fondo sono
dentro di noi. Rappresentano i tanti bambini interiori che albergano
nella nostra anima e che si moltiplicano con l'andare avanti
dell'età''.
Schulz
non ebbe eredi, come dettato dalle sue ultime volontà le avventure
di Snoopy finirono con lui e Charlie Brown non riuscì mai a vincere
una partita di baseball. Ma il testimone è stato repentinamente
raccolto da tanti prodotti culturali, due dei quali spiccano per le
tante somiglianze che ancora conservano con la poetica del loro padre
ispiratore.
I primi, andando in ordine cronologico, sono sicuramente
I Simpson: la serie creata dal fumettista americano Matt Groening,
verso la fine degli anni 80. Periodo nel quale la popolarità dei
Peanuts cominciava lentamente a scemare. Anche la famiglia più
celebre del fumetto made in USA vive in una cittadina della provincia
americana. La quale resta però di difficile individuazione, in
quanto ogni stato degli Usa ha una Springfield. Come Charlie Brown e
company anche I Simpson inoltre fanno parte della middle class
statunitense, ma è nelle differenze tra i due prodotti che si
riconoscono le principali somiglianze. Nella serie di Groening, al
contrario del fumetto di Schulz, per esempio appaiono gli adulti.
Questi ultimi però, e soprattutto il protagonista Homer, hanno
chiare caratteristiche infantili. Le riflessioni di De Angelis qui
divengono esplicite. I membri della classe media americana appaiono
come dei grossi bambinoni conformisti, consumisti e, a causa delle
loro spinte narcisistiche, incapaci di creare una comunità nel senso
civile del termine.
Non
ci sono dubbi invece riguardo la somiglianza che i Peanuts hanno con
un altro popolarissimo gruppo di bimbi, quello di South Park: la
serie televisiva statunitense creata da Matt Stone e Trey Parker.
Qui
gli adulti, pur non avendo caratteristiche infantili, hanno un ruolo
sicuramente secondario rispetto ai bambini.
South
Park potrebbe quasi essere visto come l'esasperazione delle tematiche
messe in atto da Schulz, che si incistiscono nel tessuto sociale
degenerando in una violenza atroce e grottesca. La cosa sorprendente
però è che lo scenario di provincia in cui si muovono Kenny e
Cartman è praticamente identico a quello che faceva da sfondo alle
avventure di Charlie Brown e Peperita Patty. South Park è nato nel
1997, a quasi mezzo secolo di distanza dalle prime vignette dei
Peanuts, eppure la provincia americana continua a rimanere identica:
staccionate bianche e campi da baseball inclusi.
Un
ultimo tratto che accomuna i tre titoli sta sicuramente nella
denuncia dell'ipocrisia insita nella borghesia americana. Ogni
episodio delle serie in questione infatti può essere visto come il
tentativo di squarciare il Velo di Maya del conformismo.
Quelle
convenzioni sociali che nascondono i veri sentimenti della
popolazione con una farsa buonista e puritana. Mentre nei Peanuts
dietro i formalismi si cela un'America ripiegata su se stessa,
composta da tante solitudini recluse dietro il televisore e oppresse
da stereotipi troppo difficili da raggiungere, in South Park oltre la
finzione troviamo invece qualcosa di molto simile all' ''Orrore''
enunciato da Kurz in Apocalypse now. I bambini si trovano ad essere
talmente disorientati dalle contraddizioni valoriali del mondo degli
adulti da rasentare la follia omicida. Più rassicuranti appaiono le
dinamiche dei Simpson, che si muovono in una direzione completamente
opposta.
All'inizio la comunità di Springfield viene criticata
aspramente. Basti vedere la famiglia protagonista della serie,
stretta tra le frustrazioni di Lisa e Marge, la stupida
cialtronaggine di Homer e i problemi comportamentali del monello
Bart. Alla fine però il nuovo continente appare più accogliente di
quanto ci si aspettasse. Pur nei loro difetti la famiglia Simpson
dimostra di saper essere calda e affettuosa, l'amore che i suoi
componenti nutrono gli uni per gli altri supera ogni avversità. Gli
States in conclusione, nonostante i tanti difetti, continuano a
essere descritti come il posto migliore del mondo (centrale nucleare
di Montgomeri Burns a parte).martedì 20 agosto 2013
Dalla roccia alla carta, il karma dello scimmiotto consapevole del vuoto
''Un primate dotato di una forza
straordinaria che a cavallo di una nuvola d'oro, e armato di un
bastone che si allunga a comando, accompagna un monaco e un
porcellino in un lungo viaggio pieno di pericoli''. Dite questa frase
a un qualsiasi occidentale non troppo anziano e il vostro
interlocutore non avrà dubbi ad attribuire la descrizione che gli
avete fornito a Son Goku: il protagonista del manga, firmato da Akira
Toriyama nel 1984, Dragon Ball. Non potrebbe essere altrimenti dopo
le 152 milioni di copie vendute solo in Giappone e la capillare,
nonché globale, diffusione che il fumetto ha avuto anche grazie a
una serie animata, vari videogiochi e merchandising di ogni genere.
Ai più appassionati però non saranno sfuggite anche le tante
apparizioni che un simile scimmiotto fa in altri titoli nipponici.
Basti pensare al protagonista di Goku no daboiken
(Osamu Tezuka, 1967) o alla scimmia che si trasforma in un bastone
allungabile, evocata da un personaggio di Naruto (Masashi Kishimoto,
1999). Allora, chi ha preso ispirazione da chi? Se il vostro
interlocutore avrà invece gli occhi a mandorla e un passaporto
asiatico, non esiterà a rispondere anche a quest'altro quesito.
Dopotutto, che sia giapponese o cinese, la storia che ha dato il via
a tutto probabilmente l'avrà studiata a scuola. Si tratta del
romanzo Saiyuki (Viaggio in occidente). Una raccolta, pubblicata
intorno al 1590, di una serie di leggende nate in Cina durante la
dinastia Tang (618-907) e attribuita, più per tradizione che per
attendibilità, a un funzionario di basso rango della corte dei Ming
di nome Wu Cheng'en.
Generato
dalle rocce di una montagna, lo scimmiotto appare all'inizio
dell'opera con un carattere fanciullesco, sempre in bilico tra
solidarietà e crimine. I suoi capricci lo porteranno ad abbandonare
una vita semplice per divenire il re delle scimmie prima e lo
sfidante del Cielo, nonché aspirante dio, poi. Pur avendo acquisito
l'immortalità e poteri magici strabilianti da un saggio taoista (che
gli darà il nome di ''Consapevole del vuoto'') però, dopo aver
messo a ferro e fuoco il Cielo e la Terra, il primate verrà
imprigionato nella Montagna dei cinque elementi da Buddha, accorso in
fretta e furia dal cielo indiano per dar man forte alle divinità
cinesi. Dopo 500 anni la bodhisattva Guanyin darà tuttavia
all'animale l'occasione di riscattarsi. Dovrà accompagnare il monaco
cinese Hsuan Tsang verso l'India, per recuperare i testi sacri
buddhisti del Tripitaka e portarli nel celeste impero. Da quel
momento ha inizio il viaggio dello scimmiotto verso l'occidente, che
ancora continua attraverso le sue tante reincarnazioni. Grazie alle
quali, dalle pergamene antiche è riuscito ad arrivare sulle tavole
di molti mangaka e del nostro Milo Manara (Lo scimmiotto, Milo
Manara, 1977). Il perché di un tale feeling con la nona arte lo si
capisce dalle prime pagine del romanzo.
Soprattutto quando il
protagonista, per uccidere un demone, si strappa un ciuffo di peli e
soffiandoci sopra li trasforma in tante scimmiette che tramortiscono
il mostro prima del colpo di grazia. Viene subito voglia di vederla
almeno raffigurata quella scena, come tante altre che seguono. E mai
tali combattimenti sono stati resi così bene come in Dragon Ball.
Ma, mentre nell'opera originale i personaggi cercano l'illuminazione
e l'abolizione del desiderio (prima causa di sofferenza, secondo la
dottrina buddhista), nel manga di Toriyama i compagni e i nemici di
Goku non fanno altro che inseguire i loro desideri, che variano da
''trovare un fidanzato'' a ''conquistare il mondo''. Per far ciò
cercano sette sfere, che una volta riunite permettono di esaudire
qualsiasi richiesta. Il tutto si risolverà con un niente di fatto,
ma i personaggi usciranno da quell'esperienza più maturi e felici,
scoprendo che il viaggio valeva più della meta. Fin troppo positivo
appare Goku, totalmente privo di bramosia e per nulla ambizioso. Cosa
che ha fatto storcere il naso ai fan dello scimmiotto libertario e
violento di Cheng'en. La
carica distruttiva del primate è però tornata alla ribalta con un
altro titolo più di nicchia, ma ugualmente destinato a divenire un
importante tassello dell'interminabile saga. Sto parlando di
Saiyukiden di Katsuya Terada (realizzato nel 1998, ma da poco
pubblicato in Italia dalla J-Pop). In questa nuova reincarnazione
cartacea Goku, dopo essere stato sconfitto in cielo, inizia il suo
viaggio verso l'occidente per scovare e uccidere Buddha. Scontrandosi contro i seguaci di Sakyamuni non fa altro che provare orrore per i tanti fedeli sottomessi all'Illuminato. Presto il pellegrinaggio appare però paradossale, in quanto ci si accorge che Buddha è in ogni cosa e soprattutto in ogni persona. Compare il più delle volte in forma fetale, quasi a rappresentare l'organo della buddità che dona a ognuno la capacità di raggiungere l'illuminazione. Anche uccidere il Buddha può essere visto però come un passo verso il nirvana, perché rappresenta la totale libertà da ogni maestro.
Meno
fortuna ha avuto il monaco Hsuang Tsang, appena accennato o del tutto
tralasciato nelle diverse serie in cui appare Goku. Anche se un
religioso erudito di nome Xuanzang, che dalla Cina arrivò in India
per studiare il Tripitaka, pare che sia realmente esistito. Ancora
oggi ci si chiede come abbia fatto, nel 630, a evitare banditi e
malviventi per tutto il percorso. Forse qualche angelo custode avrà
vegliato su di lui.
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